flashback video

19 Ottobre 2018

Quayola. Jardins d’Eté
a cura di Federica Barletta

Jardins d’Été è l’opera del giovane artista italiano Quayola, nato nel 1982. Il lavoro consiste in una serie di video-installazioni ad altissima risoluzione ispirati all’Impressionismo. Protagonista è l’uso sperimentale della tecnologia: fonti luminose, vento artificiale e macchine da presa creano le condizioni per filmare ciò che più si avvicina ai giardini di Chateau de Chaumont-sur-Loire dipinti da Monet.
A seguito delle riprese una serie di operazioni di post produzione digitale – analisi computazionale del movimento, della composizione e degli schemi di colore – portano alla realizzazione di algoritmi che restituiscono un lavoro immersivo. Approdiamo quindi sulle rive di un altro tempo, in cui con strumenti e linguaggi contemporanei costruiamo la memoria di ciò che siamo stati e le basi di ciò che saremo. Davanti all’opera di Quayola il tempo perde il suo significato, viene in qualche modo sospeso, esattamente come avviene al protagonista di Chad Oliver quando si trova sotto il cielo d’Africa. Testimonianza questa di quanto non possa esistere la morte di nessuna opera d’arte.
Non è puro citazionismo quello di Quayola, esistono punti di tangenza. Il primo è la ricerca di una traduzione dell’impressione in immagine e visione. In questo processo l’elemento della luce è imprescindibile tanto per Monet quanto per Quayola.
Se per per il primo è uno stimolo emotivo al fine della trasposizione della sensazione, nel secondo diventa stimolo meccanico necessario alla camera per la registrazione di un dato che non è emotivo bensì digitale.
Il secondo punto è la necessità di svolgere l’atto creativo en plein air, entrando quindi in contatto con la natura, per interpretarne e tradurne i mutamenti profondi. Nel caso di Monet il luogo deputato alla creazione artistica è il giardino illuminato dal sole in cui l’artista attende e partecipa. Il ruolo si rovescia invece nell’esperienza di carattere immersivo che offre il lavoro di Quayola; non è più il pittore a vivere l’esperienza en plein air, ma il fruitore. Il luogo dei fiori diventa un set di carattere cinematografico in cui le luci sono settate da regimi tecnici.
Ne consegue una terza riflessione, se infatti la tela impressionista racchiude il momento di una precisa atmosfera, Quayola invece elabora una serie di istanti sintetizzandoli digitalmente in un movimento fluido, in cui l’arcano della natura si esprime attraverso quello che chiama dipinto algoritmo.
Cosa condividono dunque questi due processi apparentemente così simili?
Diventa complesso indagare il vero rapporto che intercorre tra di essi. Possiamo affermare che questi fiori condividono un’immagine di fluidità e armonie estetizzanti sebbene le loro radici affondino in terreni differenti. C’è però qualcosa che possiamo affermare con certezza: il lavoro di Quayola è un esempio lampante di quanto il bacino pressoché infinito della storia dell’arte sia ancora linfa generatrice che nutre l’arte contemporanea.

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