BERNARDINO DEL SIGNORACCIO
Bernardino di Antonio di Ser Antonio del Signoraccio, detto Bernardino del Signoraccio 
(Pistoia, 1460 ca. – 1540)

Madonna dell’Umiltà
Tempera grassa su tavola, cm 60 x 40

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Provenienza:
Firenze, mercato antiquario alla fine dell‘800
Collezione Privata

Questa tavola, raffigurante la Madonna dell’Umiltà, è un oggetto di particolare fascino anche per la sua tipologia sicuramente pistoiese. Si tratta di uno stendardo di confraternita, con la tipica impugnatura per il doppio uso, processionale e come immagine da devozione per la compagnia.
Vi è riproposta la celebre e veneratissima immagine trecentesca della Madonna dell’Umiltà intorno a cui venne eretto a Pistoia il santuario omonimo. La Vergine scopre un seno per allattare il Bambino, a cui si protende con un gesto naturalistico, quasi a sottolineare il legame profondo tra i due. La Madonna dell’Umiltà viene raffigurata seduta su un cuscino che appoggia direttamente a terra, a differenza della Maestà che la raffigura in trono. Queste scelte iconografiche erano legate al ruolo della Chiesa, simboleggiata dalla Vergine, che gli ordini mendicanti volevano umile e al servizio dei fedeli.
Come indica Andrea De Marchi l’autore della tavola è facilmente riconoscibile in Bernardino del Signoraccio, ampiamente attivo a Pistoia a cavallo tra il secolo XV e XVI, interpretando il protoclassicismo nella città toscana e filtrando influssi filippineschi in una pittura sempre tersa e addolcita con notevoli freschezze. Un documento del 1483, che indicata l’età di 23 anni di Bernardino di Antonio di Ser Antonio del Signoraccio fa supporre che sia nato a Pistoia intorno al 1460.. Dal matrimonio con Antonia di Paolo Maconi nel 1481 ebbe sei figli, di cui due pittori: Paolo, noto come Fra’ Paolino e Leonardo. La sua formazione è avvenuta probabilmente tra Pistoia e Firenze dove fu probabilmente allievo del Verrocchio negli anni ’80 del Quattrocento. Tra il 1486 ed il 1488 sono documentati alcuni suoi piccoli lavori per la Cattedrale di Pistoia e nella cappella di San Jacopo nel 1492. Il suo nome compare nel 1488 tra gli iscritti dell’Arte dei Pittori, da poco fondata a Pistoia.
Le dorature di gusto quasi pinturicchiesco sulla recinzione marmorea del fondo o nella rasa che circonda la colomba dello Spirito Santo al vertice, si coniugano con la luminosità Quattrocentesca dei marmi rosa e con il vasto cielo contro cui si allineano alberini perugineschi.
Il sistema un po’ rigido ed appuntito delle pieghe, nel drappo giallo che avvolge il Bambino, è tipico di Bernardino del Signoraccio. In generale questo dipinto può essere confrontato con la pala datata 1491 eseguita per Pieve di San Giovanni Battista a Saturnana (ora presso il Museo Diocesano di Pistoia), e con altre due versioni del famoso affresco, nella pala del 1493 ora nella stessa Basilica dell’Umiltà, dal Monastero di San Mercuriale e con la tavola proveniente alla collezione Campana ed oggi conservata al Musée du Petit Palais ad Avignone.
Interessanti sono le scritte che decorano l’incorniciatura, originale, della tavola. Oltre alla scritta SANTA MARIA DEVMILITA, presente in basso sullo scalino, si legge alla base della cornice l’inizio della preghiera del Regina Caeli: REGIN[A] CELI LETTARE ALLELVIA QVIA QVE[M]. Sulla parte superiore è riportata invece la scritta GLORIOSA DNA EXCELSA SVP SIDERA QVITE CREAVIT PROVIDA LATTASTI SACRO VBERE, parte iniziale dell’inno mariano O gloriosa Domina, tradizionalmente attribuito a san Venanzio Fortunato (530-609), vescovo di Poitiers, che, oltre ad essere utilizzato nelle Lodi Comuni alla Vergine[1], è ricordato anche per essere l’inno preferito da Sant’Antonio da Padova che, lo avrebbe recitato anche sul punto di morte.
Se il soggetto, la Madonna dell’Umiltà, venerata nell’omonimo santuario, ci conferma con certezza la realizzazione per Pistoia, la presenza dell’inno ci potrebbe far supporre la provenienza della tavola da una compagnia pistoiese legata al santo.
[1]O gloriosa Signora, che t’innalzi sopra le stelle, tu nutri col tuo seno colui che nella provvidenza ti creò. Si veda A. Lentini, Te decet Hymnus. L’innario della “Liturgia Horarum”, Roma 1984, p. 254.

Range di prezzo:
sopra i 50.000 €