L’arte è tutta contemporanea …Episodio #9

L’ARTE È TUTTA CONTEMPORANEA EPISODIO #9
“Oriente e Orientalismi”

Un breve excursus tra le opere di Flashback alla ricerca dell’Oriente in tutte le sue sfumature. Opere di artisti orientali ma anche opere di artisti occidentali che hanno imitato o rappresentato aspetti delle culture del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Asia orientale.

Partendo dall’Oriente, il primo elemento d’indagine è il paravento che, quale supporto per vere e proprie opere, affonda le proprie radici nell’antica Cina già dal 700 a.C., diffondendosi poi nel resto dell’Asia orientale, in Europa e in altre regioni del mondo. 

Tra le opere di Flashback, proveniente dal Giappone, troviamo il Paravento a sei ante in carta e foglia d’argentorealizzato nel Periodo Taisho (1911-1926) dell’artista Kashiu Hiroe che si caratterizza per il contenuto rarefatto, mentre proveniente dalla Cina è il Paravento cinese della fine XVIII secolo / inizi XIX secolo in carta di riso con decorazione policroma che invece si sofferma nella descrizione particolareggiata.

Secondo elemento d’indagine è la rappresentazione degli animali nella cultura orientale. Il Toro in terracotta rossa con policromia e oro della Cina centrorientale Hebei, Dinastia Qi settentrionale (549-577) e il Tappeto Ningxia, Cina XIX secolo, incuriosiscono per la simbologia associata agli animali rappresentati.

Si compie poi un salto spaziale e si torna in Italia, per l’esattezza in Piemonte, per osservare l’interpretazione dell’Oriente da parte dell’Occidente. Con il Plastificatore piemontese vediamo realizzati nella metà del XVIII, in stucco color crema con decori dorati, una rara Coppia di Dignitari in abiti orientali. 

Infine la pittura con Jean Baptiste Eugene Napoleon Flandin, Galileo Chini e Filippo Mola.

Jean Baptiste Eugene Napoleon Flandin, orientalista, pittore, archeologo ed esploratore, pioniere nel disegno archeologico ci fornisce molte preziose osservazioni sulla storia, sulla vita sociale e sull’organizzazione militare mediorientale. L’opera è La Moschea di Urfa del 1849.

Galileo Chini, fiorentino classe 1873, fornisce la propria interpretazione della maschera orientale, in particolare del Siam (odierna Thailandia), con l’opera Maschera siamese, un olio su tavola del 1913-14 ca.

Infine Filippo Mola con Corteo indiano, elabora un’opera capace di trasmettere con maestria la dimensione corale e collettiva del corteo orientale che probabilmente si tenne a Roma vicino a Piazza del Popolo nel 1900.
 

Nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato.
(Proverbio Zen)


 

Nell’immagine, in alto a sinistra: Jean Baptiste Eugene Napoleon Flandin, La Moschea di Urfa, 1849, Olio su tela, 73,2 x 100,4 cm, courtesy of Antonacci Lapiccirella Fine Art (Roma). Segue: Cina centrorientale Hebei, Toro, Dinastia Qi settentrionale 549-547, terracotta rossa con policromia e oro, cm 43 x 16,5 x 38,3, courtesy of Schreiber Collezioni (Torino). Segue: Fine XVIII secolo / inizi XIX secolo, Paravento cinese, carta di riso con decorazione policroma, cm 190 x 350, courtesy of Galleria Arte Cesaro (Padova).
Al centro: Filippo Mola, Corteo indiano, olio su tela, cm 73 x 190,5, courtesy of Paolo Antonacci (Roma). Segue: Galileo Chini, Maschera siamese, 1913-14 ca., olio su tavola, cm 60 x 47,5, courtesy of Galleria Carlo Virgilio (Roma, Londra).
In basso a sinistra: Cina XIX secolo, Tappeto Ningxia, cm 198 x 132, courtesy of Mirco Cattai Fine Art & Antique Rugs (Milano). Segue: Plastificatore piemontese, Rara coppia di Dignitari in abiti orientali, metà del XVIII secolo, stucco color crema con decori dorati, altezza cm 74, courtesy of Secol-Art di Masoero (Torino).
Segue: Kashiu Hiroe, Paravento a sei ante in carta e foglia d’argento, Periodo Taisho 1911-1926, L cm 376 H, cm 170,5, courtesy of Gilistra Japanese Art (Torino). 
 

L’arte è tutta contemporanea…Episodio #8

L’ARTE È TUTTA CONTEMPORANEA EPISODIO #8
“La via della musica”

Un piccolo viaggio nel tempo musicale nelle opere di Flashback edizione Ludens, l’edizione dedicata alla capacità creativa quale strumento. Tante le opere lungo il percorso. Ciascuna a scandire il ritmo, ciascuna a battere il tempo. Da adagio, sostenuto, andante ad allegro, vivace e presto, in un incedere di passi cadenzati.

Cominciamo dalla Natura morta di strumenti musicali e libri con spartito, della seconda metà del XVII secolo di Bartolomeo Bettera, dove regnano immobili gli strumenti. Un’opera nella quale l’artista, attraverso la personale distribuzione dei pieni e dei vuoti nella costruzione dell’immagine, sospende il tempo cristallizzandolo nell’attimo immediatamente precedente o successivo alla musica.

Alla sospensione temporale si aggiunge l’elemento della caducità nella Vanitas, natura morta con specchio, teschio, libri, flauto dolce e violino, un olio su pannello di quercia di Jan Vermeulen, olandese classe 1638. Il memento mori, accompagnato dagli strumenti musicali, allude contemporaneamente a uno struggente requiem e all’immortalità dell’arte.

Presenza – assenza anche nell’olio su tela Still life del 1940 di Antonio Donghi, che, da principale esponente del Realismo magico arricchisce la rappresentazione con un’ammaliante sospensione narrativa esasperando la dimensione onirica e trascendente dell’opera.

Suona o canta L’Angelo (musicante?), scultura in legno di rovere policromato, con origine savoiarda appartenente all’età di mezzo (terzo quarto, XV secolo)?

Suonano il pianoforte le due interpreti dell’opera Due giovani donne al piano, del 1911 circa, opera di Giovanni Boldini, che grazie alla vivace maestria del gesto pittorico rende la melodia presente.

Una melodia che si sprigiona maestosa coinvolgendo Le menadi danzanti. L’opera del 1882 è del fiorentino Raffaello Sorbi. L’artista dedica molte delle sue opere al tema ludico, tratteggiandone con grande capacità la vena romantica e dionisiaca.

Infine danzatrice è anche La Bayadère, di Paul-Albert Besnard anch’essa intrisa di spirito romantico. La ballerina indiana, danzatrice del tempio, è storicamente la protagonista del balletto di Marius Petipa che racconta l’India salgariana, vista con gli occhi dei colonialisti romantici dell’Ottocento. 

“Se la musica è troppo alta, tu sei troppo vecchio.”
Ozzy Osborne


Nell’immagine, in alto a sinistra: Jan Vermeulen, Vanitas, natura morta con specchio, teschio, libri, flauto dolce e violino, olio su pannello di quercia, cm 42,5 x 55,5, courtesy of Il Mercante delle Venezie (Vicenza). Segue: Raffello Sorbi, Le menadi danzanti, 1882, olio su tela, cm 39 x 19,2, courtesy of 800/900 Art Studio (Livorno; Lucca). Segue: Giovanni Boldini, Due giovani donne al piano, 1911 ca., olio su tavola, 35 x 26.5, courtesy of Bottegantica (Milano). 
Al centro a sinistra: Antonio Donghi, Still life, 1940, olio su tela, cm 49,5 x 56, courtesy of ML Fine Art – Matteo Lampertico (Milano; Londra). 
In basso a sinistra: Bartolomeo Bettera, Natura morta di strumenti musicali e libri con spartito, seconda metà del XVII secolo, olio su tela, cm 93 x 121, courtesy of Arcuti Fine Art (Roma; Torino). Segue: Paul – Albert Besnard, Le Bayadère, olio su tavola, cm 49,7 x 61, courtesy of Paolo Antonacci (Roma). Segue: Angelo (Musicante?), Savoia, terzo quarto del XV secolo, legno di rovere policromato, cm 82 x 24 x 30, courtesy Longari Arte Milano (Milano).

L’Arte è tutta contemporanea…Episodio #7

L’ARTE È TUTTA CONTEMPORANEA EPISODIO #7
“De rerum natura”

L’interpretazione della natura è uno dei temi più importanti nella ricerca artistica di tutti i tempi. Tantissimi hanno messo al centro della propria indagine l’elemento naturale esplorando il complesso e contrastato rapporto tra uomo e ambiente. 
Mai nessuna opera è semplicemente riproduzione della realtà, ciascuna di esse costituisce un tassello di un’indagine sempre aperta.

Il primo artista, nella collezione di opere di Flashback, è Adriaen van Stalbemtpittore e incisore fiammingo noto per i suoi paesaggi con scene religiose, mitologiche e allegoriche. L’opera è un piccolo dipinto su rame del 1620 ca. dalla magica atmosfera intitolata Paesaggio boscoso con l’Andata in Emmaus.

Mitologia e allegoria ma orientale caratterizzano anche la Coppia di Paraventi a sei pannelli di origine giapponese riferibili al Periodo Edo e facenti parte della Scuola Kano. I paraventi, realizzati in carta e decorati con inchiostro e colori su foglia d’oro mostrano le differenze interpretative tra Oriente e Occidente.

L’interpretazione si tramuta in astrazione nell’opera dell’artista torinese Piero Ruggeri. L’opera Collina e lampi del 1978, si libera della figurazione permettendo alla natura di mostrarsi in tutta la sua componente irrazionale.

Di grande impatto sia formale che concettuale è l’opera Zucche di Piero Gilardi del 1966. L’artista con i Tappeti natura riproduce in modo estremamente realistico frammenti di ambiente naturale con lo scopo di denuncia verso uno stile di vita ritenuto sempre più artificiale. 

Infine l’opera di Veronica Montanino, che con l’installazione Correre in un mondo, trasforma i materiali più disparati in un processo di “ecologia dell’immagine”, che dà luogo a una nuova natura di sua personalissima invenzione.

La Natura non è solo quello che è visibile agli occhi, comprende anche gli intimi disegni dell’anima.
(Edvard Munch)

Nell’immagine, in alto a sinistra: Piero Gilardi, Zucche, 1966, poliuretano espanso, cm 60 x 84, courtesy of Biasutti&Biasutti (Torino). Segue: Piero Ruggeri, Collina e lampi, 1978, tecnica mista, cm 130 x 180, courtesy of Galleria d’Arte Roccatre (Torino). Al centro: Giappone periodo Edo, Coppia di paraventi a sei pannelli, XVIII sec. Scuola Kano, carta, inchiostro e colori su foglia d’oro, bordo in broccato di seta e cornice in legno, cm 270 x 136, courtesy of Schreiber Collezioni (Torino). 
In basso a sinistra: Veronica Montanino, Correre in un mondo, 2020, rami, tessuto, acrilico, tecnica mista, cm 500 x 150 ca., courtesy of Studio d’Arte Campaiola (Roma). Segue: Adriaen van Stalbemt, Paesaggio boscoso con l’Andata in Emmaus, 1620 ca., olio su rame, cm 13 x 18,5, courtesy of Galleria Luigi Caretto (Torino; Madrid).

L’Arte è tutta contemporanea…Episodio #6

L’ARTE È TUTTA CONTEMPORANEA EPISODIO #6
“Tutte le sfumature dell’astrazione”.


Dall’impressionismo all’espressionismo astratto, dall’astrattismo geometrico all’informale la ricerca astratta nasce dalla scelta degli artisti di negare la rappresentazione della realtà e di esaltare la propria ricerca attraverso forme, linee e colori.

Partiamo in bilico tra astratto e figurativo con la pittura di Nicolaj Diulgheroff che, con Aeropittura del 1930, lavora sull’intersecarsi di linee, piani e sfere e ci introduce all’astrazione dalle caratteristiche geometriche. L’artista di origine bulgara si laurea in architettura a Torino dove si inserisce nella corrente futurista cittadina.

Sulla scia tra astrazione e figurazione troviamo Mario Sironi che, alla potente energia costruttiva del periodo figurativo, sostituisce uno sfaldarsi delle forme e un allentarsi della sintassi compositiva. L’opera è Composizione del 1950 circa, un olio su cartone telato che trasforma le figure in apparenti bassorilievi incisi in una lastra di pietra. 

E’ di sette anni dopo, del 1957, l’opera di Giuseppe Capogrossi Superficie G 78. L’artista, con il graduale abbandono della figurazione approda a un rigoroso e personale astrattismo caratterizzato da un’unica forma-segno che, coniugandosi in infinite variazioni, arriva a costruire un insolito spazio della rappresentazione.


Si sottrae al figurativo, ma anche alle geometrie uno dei maggiori esponenti della pittura informale italiana: Emilio Vedova. L’artista con Senza titolo del 1961, preziosa opera su carta di cm 22,4 x 31,8, ci mostra la chiara forza del gesto pittorico che attraverso il dinamismo del segno e il tessuto cromatico contrastato, fa emergere prorompente la tensione vitale.


Infine Giorgio Griffa con l’opera Obliquo del 1973, che vicino alle correnti della Minimal Art e della “nuova astrazione” supera il residuo irrazionalismo dell’espressionismo astratto con le sue tele grezze, di grandi dimensioni, segnate e percorse da esili linee di colore. Poetico e rarefatto l’artista è capace di toccarci intimamente con il suo segno.

La pittura deve cogliere quel rapporto che comprende il bisogno di immedesimazione con le cose e il bisogno di astrazione.
(Carlo Carrà)

Nell’immagine, in alto a sinistra: Capogrossi, Superficie G 78, 1957, gouache su carta, cm 50 x 34, courtesy of ML Fine Art – Matteo Lampertico (Milano; Londra). Segue: Giorgio Griffa, Obliquo, 1973, acrilico su tela, cm 120 x 120, courtesy of Glenda Cinquegrana Art Consulting (Milano). Segue: Nicolaj Diulgheroff, Aeropittura, 1930, olio su tela, cm 100 x 80, courtesy of Galleria Umberto Benappi (Torino). 
In basso a sinistra: Mario Sironi, Composizione, 1950 ca, olio su cartone telato, cm 50 x 60, courtesy of 800/900 ArtStudio (Livorno; Lucca). Segue: Emilio Vedova, Senza titolo, 1961, tecnica mista su carta, cm 22,4 x 31,8, courtesy of Galleria dello Scudo (Verona).