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Le Mostre

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storie di matrimoni

RITRATTI DELL'IMMIGRAZIONE IN BARRIERA

1° maggio 2024 – 29 settembre 2024

Nello spostamento fisico e geografico da sud a nord si racchiude tutta la speranza e il desiderio di nuovi inizi. 

Questa mostra è una lente di ingrandimento su un quartiere, il più popoloso, vivace e stratificato di Torino: Barriera di Milano. Qui si ritrova l’universalità del racconto, la storia dell’occidente dal dopoguerra a oggi, la migrazione di intere popolazioni che cercano nuove opportunità, una svolta che solo la modernità delle città metropolitane riesce a promettere. 

Tra le tante possibilità per raccontare questa storia, personale e collettiva allo stesso tempo, è stato scelto un momento significativo per queste persone che, piene di nuove speranze e con le prime risorse raggiunte, possono coronare un sogno: il matrimonio. Le comunità si ricostruiscono a immagine e somiglianza dei territori di origine, ricreando il proprio mondo; come in tutti i nomadismi, ci si porta dietro le proprie tradizioni e le proprie radici. 

Storie di Matrimoni, come cita il titolo, è la rappresentazione di un preciso momento della vita, raccontato attraverso il linguaggio fotografico. Immagini di potente bellezza evocano tutta la tenerezza e l’emozione di un momento indimenticabile. Dalle stampe ai sali d’argento ai ritratti dalla patina seppiata, dal bianco e nero all’avvento del colore: la storia della fotografia è protagonista insieme alle storie dei matrimoni. La fotografia diventa, col tempo, imprescindibile fonte e testimone dell’unione non solo tra due persone, ma anche tra due gruppi famigliari. Gli scatti in mostra ci accompagnano nell’evoluzione del mezzo e delle tecniche utilizzate fin dagli anni ‘50, quando le cerimonie erano una vera e propria festa ufficiale ed era emozionante anche l’attesa dell’album fotografico. I coniugi posano solenni, talvolta seri nell’espressione, a sottolineare la formalità dell’evento. La cura per i dettagli, dagli abiti alle composizioni floreali fino agli sguardi complici degli sposi, è affidata a professionisti. Al tempo, infatti, la macchina fotografica era uno strumento privilegiato, e i fotografi, esperti del mezzo, erano chiamati a conservare per sempre la memoria di un grande evento familiare. Era una grande responsabilità, e un privilegio per pochi. 
La storia delle fotografia evolve e ci conduce al presente, a un’epoca in cui il matrimonio è un evento sempre più festivo, più facilmente digitalizzato e immortalato non solo dai fotografi, ma da tutti gli invitati. La mostra parla anche dell’oggi, della seconda immigrazione, e così la storia della fotografia evolve come la storia dei matrimoni. 
I costumi si modificano nel tempo, le nuove migrazioni portano nuovi riti, nuovi costumi, nuovi volti, ma anche nuove speranze.

“Storie di Matrimoni conferma il nostro interesse nei confronti della relazione tra arte e vita e nasce come pretesto per parlare d’immigrazione nel quartiere di  Barriera di Milano. Tra le tante esperienze condotte in questi anni a Torino, interamente dedicate al quartiere Barriera di Milano, ancora una volta la scelta ricade su una parte della città fortemente rappresentativa per la sua mescolanza culturale”  le parole del direttore artistico Alessandro Bulgini.

L’esposizione è stata inoltre immaginata come un vero e proprio laboratorio sociale.

Una sala di "Storie di Matrimoni" sarà infatti interattiva e dedicata a coinvolgere il pubblico, che potrà affidare un ricordo: una foto del proprio matrimonio.

Il risultato sarà la costruzione di un album fotografico collettivo, condiviso, corale.  

Questa mostra parla di persone, di relazioni umane; di arte e di vita. Senza doversi spostare lontano, basta guardarsi attorno per scoprire e ritrovare il quadro complesso e sfaccettato di una città, di un quartiere, di chi lo ha vissuto e lo vive ancora, componendo un ritratto antropologico e di costume.

INSURREZIONI

FOTOGRAFIE DI UNA PROTESTA

1° marzo 2024 – 29 settembre 2024

Con la direzione artistica di Alessandro Bulgini, Flashback Habitat Ecosistema per le Culture Contemporanee presenta Insurrezioni. Fotografie di una protesta: tre storie di attivismo, tra giornalismo e fotografia.

La tripersonale, seguendo un percorso non uniforme, racconta, a stanze alternate, tre tempi, tre proteste e tre modi di documentare l’insurrezione. Tre sono quindi i simboli che identificano le storie e gli autori. Lo sguardo dello spettatore si muove al di là delle ideologie, accompagna to progressivamente verso la differenza che c’è tra pensare e fare qualcosa: la persona che prima contestava dal divano di casa, decide di mettersi in strada e cambiare la propria esistenza e quella degli altri. Ci si espone. Questa mostra diventa dunque uno stimolo per riflessioni importanti sulle proprie posizioni esistenziali. Dalla street photography di Chris Suspect che documenta le proteste politiche a Capitol Hill, alla Rivoluzione degli Ombrelli Gialli ad Hong Kong di Enrico Gili fino alla resistenza degli Indiani d’America negli anni ‘70 raccontata da Angelo Quattrocchi: tre mostre per una visione del mondo eretica (dal greco αἱρετικός, «colui che sceglie») per interrogarsi sulle proprie responsabilità come membri di una comunità.

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Chris Suspect ha capito di essere un fotografo documentarista quando sono stati i suoi amici a farglielo notare: hey, your street photography is pretty good! Questa epifania ha alimentato la sua curiosità e lo ha incoraggiato a studiare i grandi fotografi. Oggi, Suspect si annovera tra i foto grafi pluripremiati a livello mondiale. Specializzato nella fotografia di strada, gli scatti di Chris Suspect catturano il profondo e a tratti assurdo rea lismo del quotidiano. Come quel 6 gennaio del 2021 durante l’assalto a Capitol Hill, Suspect era lì al momento giusto nel posto giusto, sapeva e voleva fotografare quella storia: scendere in strada, incorrere nel rischio per raccontare la rabbia e l’esuberanza dei sostenitori di Donald Trump.  Le fotografie di Capitol Hill fanno parte di un progetto più ampio. Quattro stanze tematiche seguono un percorso cronologico, come i capitoli di una saga: Election Night, 4 Years of Protest, Biden Wins, January 6 - Epilogue (Biden inauguration). Chris Suspect ha definito frenetico il clima di quel giorno, tra gas lacrimogeni, la preoccupazione di essere identificato come media - e quindi nemico di Trump - e il desiderio di testimoniare un evento dalla portata assolutamente inedita. Il bianco e nero avvolge le immagini in un’atmosfera da backstage che ricorda i film hollywoodiani: c’è la Guerra Civile fascista senza Capitan America, l’action movie con le forze speciali, il richiamo alle pellicole di Coppola, Stone e Tarantino che a loro modo hanno raccontato le sfac cettature della storia americana. Così anche gli scatti i di Chris Suspect raccontano un momento storico, una situazione politica fortemente destabilizzata con un occhio che, magistralmente, racconta tutta l’America nella sua volontà espressiva priva di controllo. 

Chris Suspect

Path to insurrection

a cura di Jacopo Buranelli

Enrico Gili

YELLOW! A PACIFIC REVOLUTION BEHIND AN UMBRELLA

HONG KONG 2014 – 2019
a cura di Patrizia Bottallo

Cosa significa un ombrello giallo a Hong Kong? Un simbolo pacifista di difesa, espresso dalla sua forma e dal giallo, un colore appariscente e identificativo, un simbolo sostenuto da migliaia di persone che hanno occupato per giorni la metropoli asiatica al grido di “Vogliamo la democrazia e il suffragio universale”. A questa richiesta Pechino ha risposto con la repressione. Volti, scorci di folle infinite, fatica, stanchezza, pericolo, atti di rabbia e di convinzione ma anche di fratellanza e umanità e la risposta è stata il contenimento da parte delle autorità locali. Attimi rubati e catturati dall’obbiettivo di Enrico Gili, mai divulgati prima d’ora. Il governo Asiatico ha cercato di limitare la diffusione di immagini e video, tacciandole di “azioni illegali”. Un disordine da arginare a suon di manganello, da reprimere con i gas lacrimogeni. Ma questo non ha impedito di manifestare in modo pacifico per i propri diritti a una moltitudine di persone assiepate nel centro di Hong Kong che hanno paralizzato l’hub finanziario Asiatico. Non so se gli scatti di Enrico Gili possano considerarsi Street Photography ma certamente sono fotografie spontanee e non gestite ma con un “file rouge” che rimanda ad un intento progettuale ben definito. Gili girando per le strade di Hong Kong durante la Rivolta degli Ombrelli non ha scattato a caso bensì aveva ben in mente cosa intendeva rappresentare e il risultato che voleva ottenere seguendo una linea narrativa ben precisa. I suoi scatti raccontano sempre una storia attraverso la relazione e l’interazione tra gli elementi della composizione fotografica. Questa cor relazione non è necessariamente fisica, deriva da un rapporto umano, dall’interazione tra persone o cose, o ancora dal nesso che si viene a creare tra un soggetto e il luogo in cui si trova. Non si tratta di foto rubate ma di istantanee della realtà che documentano la società in tutte le sue forme e in tutte le sue sfumature. Nei molti anni vissuti nella ex colonia inglese si è immerso nella vita della metropoli, ne ha percepito gli umori, gli odori, i colori, l’intensità per poi cercare di rappresentarla nei suoi scatti, e in tutte le sue sfumature, dopo averla assorbita, interpretata e interiorizzata

Angelo Quattrocchi

WOUNDED KNEE - Indians to the rescue
a cura di Lapo Simeoni

"WOUNDED KNEE Indiani alla riscossa" è un racconto di attivismo che intreccia fotografie, documenti e testi dell’occupazione, dell’assedio e della difesa di Wounded Knee, villaggio sperduto nella riserva Indiana. Nel 1973, Quattrocchi viveva a San Francisco, dove lavorava per L.A. Free Press e per The Barbour, un giornale della città. L’ambiente era underground, ricco di scrittori, musi cisti e artisti, caratterizzato da una vivacità straordinaria. Nei primi mesi di febbraio di quell’anno, venne a conoscenza che i nativi americani della riserva di Wounded Knee volevano ribellarsi agli abusi subiti. Decise così di recarsi subito nel Nord America, fino alla riserva indiana, per documentare giorno per giorno gli eventi. Presto, questo si trasformò in un’occupazione contro l’assedio degli americani. Angelo Quattrocchi prende posizione a fianco delle comunità indigene coinvolgendo lo spettatore nella cronaca giornaliera della loro resistenza sul territorio. Nel dettaglio, espone le richieste dei nativi, i negoziati con le autorità statunitensi, lo stato d’animo degli occupanti e le reti di supporto esterno che si sono attivate a loro favore. Furono settanta giorni di guerra, in cui pochi guerrieri, con qualche vecchio fucile, combatterono contro mille agenti della FBI, la polizia Indiana, la CIA e i carri armati. Il grande momento (tutti i giornali del mondo ne parlarono) in cui gli indiani voltarono pagina e storia, buttandosi alla riscossa.

“Questa è la storia, giorno per giorno, dell’occupazione, dell’assedio e della difesa di Wounded Knee, villaggio sperduto nel cuore del mostro e prima libera nazione Indiana.  Furono 70 giorni di guerra, in cui pochi guerrieri, con qualche vecchio fucile, combatterono contro mille agenti dell’ FBI, la polizia Indiana (fatta di rinnegati), la CIA, i carri armati ... É stata la riscossa del popolo degli Indiani, il popolo più bello del mondo, e il più oppresso.  É stato il grande momento (tutti i giornali del mondo ne parlarono) in cui gli indiani voltarono pagina e storia, buttandosi alla riscossa… E da allora combattono ancora, contro l’uomo bianco, per essere liberi, e per essere un popolo…”

Così inizia il racconto di Angelo Quattrocchi, che visse con i nativi i giorni di Wounded Knee, perché gli altri sapessero.

Frammenti di storie dell'Istituto per l'Infanzia della Provincia di Torino

Una vita migliore.

Frammenti di storie dell’Istituto per l’Infanzia

della Provincia di Torino

a cura di Alessandro Bulgini

in collaborazione con la Città Metropolitana di Torino

Il progetto presentato a Flashback Habitat in corso Giovanni Lanza 75 a Torino, il cui titolo è Una Vita migliore. Frammenti di Storie dell'Istituto per l'Infanzia della Provincia di Torino non è per me da considerarsi mostra bensì Opera e atto d'amore.  A Bulgini

 

La mostra Una vita migliore. Frammenti di storie dell’Istituto Provinciale per l’Infanzia della Provincia di Torino vuole ridare voce a quella moltitudine di mondi che si sono intrecciati nelle sale della struttura, ex brefotrofio di Torino, attraverso scorci di storie di alcuni dei protagonisti che, in prima persona, hanno vissuto quel luogo come i bambini, ora adulti, le tate, i dipendenti della struttura. La mostra, curata dall’artista e direttore di Flashback Habitat Alessandro Bulgini, vuole essere un’opera collettiva, un’opera corale dove si intrecciano storia, emozioni, arte e vita. Una mostra che narra storie intime e personali, ma incredibilmente universali perché legate a concetti che ci toccano da vicino come la nascita, la famiglia, l’identità, attraverso frammenti originali, raccolti grazie alla collaborazione di chi c’era all’epoca, documenti recuperati negli archivi storici della Provincia di Torino e testimonianze dirette. La mostra vuole essere un affresco complesso, umano, sociale e soprattutto artistico, che valorizza le vite di ognuno rendendole opera d’arte, nello spirito e nella poetica di Flashback Habitat.

 

La mostra si sviluppa in otto stanze al piano terzo del Padiglione B di corso Lanza. Ogni stanza vuole essere un micromondo dove immergersi ed entrare nelle storie raccontate. Narrazioni personali e universali allo stesso tempo, opere collettive che parlano di vita. Ogni stanza si compone di ritratti audio-video dei “nativi” che rispondono alla domanda “Mi racconti?” e lo fanno di profilo: posizione che suggerisce un rivolgersi fuori, altrove o forse verso un altro io. I ritratti parlanti vengono accompagnati da componenti risalenti ad una mostra fotografica sul luogo allestita alla chiusura del brefotrofio. Infine, ogni stanza si arricchisce di una mappa-racconto con stratificazioni di significati grazie a fotografie e documenti di archivi pubblici e privati.

 

L’IPI, inaugurato nel 1958 dal Presidente Gronchi, ospitò ogni anno circa trecento bambini e bambine in attesa di adozione, spesso partoriti in corso Lanza 75, e poi dati in adozione, in genere prima dei tre anni. Oggi molti di quei bambini, diventati adulti, frequentano il luogo e le attività di Flashback Habitat, riconoscendo in corso Lanza le proprie origini, la loro prima casa, arricchendo di storie e di emozioni la nuova vita del luogo stesso.

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Opere di artisti del territorio si integrano nell'Ecosistema.

Luce d'artista

Mater - Ex Istituto per l’Infanzia della Provincia di Torino

opera di Alessandro Bulgini

Insegna sagomata a lettere piane in alluminio verniciato, 
illuminazione flex led - 10mx2,78m

Tetto del Pad. C

All’interno del progetto: Luci d’Artista, Costellazioni, nel 2023 è arrivata nella sede di Flashback Habitat l’opera di Alessandro Bulgini mater. Installata sul tetto della Palazzina C e visibile da Corso Vittorio Emanuele II fino alla stazione di Porta Nuova l’opera è dedicata a coloro che sono nati più di quarant’anni fa nell’attuale sede di Flashback Habitat, ex brefotrofio della Provincia di Torino attivo fino agli anni Ottanta. La luce si staglia sul tetto della villa più antica e più alta dell’ex Istituto, diventando un faro nel buio.

“Solitamente le opere sono dei doni, questa lo è ancor di più”

 

La storia di quest’opera parte dal momento in cui Alessandro Bulgini (artista e attuale direttore artistico di Flashback Habitat) è entrato nell’ex Istituto per l’Infanzia della Provincia di Torino in corso Giovanni Lanza 75, spazio affidato all’Associazione Flashback, in particolare nel momento in cui è venuto a conoscenza della sua storia. Una storia che nasce nel 1953 quando la Provincia decide di aprire l’Istituto per sopperire alle necessità determinate dalla grande immigrazione e dal gran numero di donne costrette a lasciare in affidamento i propri neonati. Questo spazio li accoglie per 30 anni poi, per il superamento di tale sistema, lo spazio viene chiuso. Venuto a conoscenza di questa storia l’artista ha deciso di attivarsi nel riconoscere luogo di accoglienza a coloro che sono nati qui più di 40 anni fa, dando loro uno spazio dove ritrovarsi. Fin dai primi contatti ha assunto il ruolo di guida all’interno delle quattro palazzine portandoli in ogni interstizio dell’articolato complesso e facendo ricalcare memoria e suggestioni a loro tanto care.
 

“Ripercorrendo gli spazi, alcuni di loro toccano le pareti alla ricerca della stratificazione pittorica che li ha visti presenti alla loro nascita. È per questo che, con lo scorrere del tempo, si è configurata in me l’idea che per assenza la madre era presente in questo luogo. Le mura diventano epidermide. È come se la madre avesse lasciato, nel poco tempo che è stata qui, la propria impronta. Per questo motivo semplice ma profondo ho pensato di dar loro una chiara indicazione che fosse visibile materialmente, un’opera che ridesse luce a un desiderio”.

Le parole di Alessandro Bulgini.
 

Opere di artisti del territorio si integrano nell'Ecosistema.

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Vivarium [der. dal lat. Vivo] nasce nel 2022, nel momento in cui Flashback entra negli spazi di corso Giovanna Lanza, un complesso abbandonato da dieci anni, dando vita a Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee.

La potente area verde di 9.000mq ospita Vivarium, un parco artistico in divenire, vivo e in costante metamorfosi. Nello spazio si inseriscono, per restare e “mettere radici”, le opere d’arte, che danno vita a una fusione armonica dove tutto ciò che si uniforma proviene dal dialogo tra l’artista e l’habitat. Nell’ambiente naturale composto da storia e persone, Flashback adotta le opere che gli artisti lasciano in affidamento all’ecosistema.

 

La prima opera ad inserirsi è stata Roots pipeline (2022) di Francesca Casale, un’installazione olfattiva site specific di 60 metri di pipeline, un simbolo di metamorfosi delle radici che nutrono il luogo e creano una profonda storia territoriale, mentre l’odore di borotalco ci riporta agli originali spazi, quelli del brefotrofio della Provincia di Torino. Francesca Casale è un artista, erborista di formazione e specializzata in olfactory art. La sua ricerca artistica si concentra tra la relazione del visibile e l’invisibile. Per lei, il reale ha solitamente un odore e ricrearlo altro non è che ricercarlo nell’inconscio.

 

Ad Aprile del 2023 si aggiunge anche Sedie nello spazio (1995) di Fabio Cascardi, installazione in acciaio e vernice antirombo. Per questa scultura l’artista sceglie di dare nuova vita a materiali di scarto o di recupero, sedie riadattate e prolungate in altezza, assumono inedite valenze quasi surreali, capaci di trasmettere messaggi e significati del tutto inediti.

Fabio Cascardi ha frequentato i corsi di Scenografia e Scultura all’Accademia Albertina di Torino e già nel periodo accademico adotta parametri di ricerca e di sperimentazione dei materiali plastici, incluso il poliuretano espanso che gli ha permesso di condividere e maturare una lunga collaborazione con l’artista e maestro Piero Gilardi.

 

A settembre arriva anche Mushroom Forest (2023) con l’artista Michel Vecchi, che utilizzando legni e tronchi recuperati nel parco, dà vita a colorati funghi di sorpresa, magia e curiosità. Non c’è bosco senza profumo di funghi, non c’è bosco che non trasmetta il senso di crescita e protezione. Gli alberi e i funghi come fratelli e compagni di vita si nutrono e si prendono cura vicendevolmente. Ogni pianta ha una storia e un’anima impressa nel legno. Ogni fungo di Michel ha un potere speciale, nel gambo e sotto, alla base, gira una spirale di rame e alluminio che trasmette e conduce questo potere alle persone e ai luoghi in cui viene posizionato.

Michel Vecchi è un artista valdostano che vive e lavora a Ibiza.

 

Infine Luisa Raffaelli ha realizzato Tout se tient (2023), anche in questo caso utilizzando materiali e strutture abbandonate nel complesso, nello specifico un imbragatura di sostegno a una zona terrazzata del parco. La protezione, anche metaforica, è composta da tubi innocenti che restituiscono un senso di cura, protezione e sicurezza tramite la loro colorazione in oro a sottolineare l’importanza della loro funzione protettiva. Il tutto è messo in contrasto con l’accesso a quel punto che appare invece come una gabbia intricata, mentre una lunga canna di bambù dipinta d'azzurro sembra trasportare l'acqua per dissetare la terra. Questo contrasto nasce dalla lettura di Raffaelli sull’esperienza del brefotrofio, in cui accoglienza, chiusura, protezione, solitudine si alternavano secondo la lettura dell’artista.

 

Luisa Raffaelli è un artista e architetto torinese che opera con la fotografia, il disegno e i video, spesso incrociati in una dimensione installativa. Ha lavorato con diverse gallerie italiane esponendo in spazi pubblici e privati.

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